Serenità coniugale

GIORGIO BAIOCCO

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Amara

MARA TREVISAN

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Nero San Lazzaro

ALESSANDRO GORZA

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Serenità coniugale

Giorgio Baiocco

Carlo si chinò a guardare l’acqua, come se cercasse lì dentro una frase che non arrivava. Poi scosse la testa, sorridendo senza gioia.
— Ti ricordi quando in spiaggia mi chiamarono “polentone”? — disse piano. — “Mangianebbia”.
Gli tornò addosso l’odore della sabbia bollente, gli schiamazzi dei ragazzini di Belvedere. Uno, figlio di pescatori, aveva preso gusto a ripetere quella parola imparata dai grandi. Polentone. Carlo, otto anni, non ci aveva pensato un secondo: gli era saltato addosso, pugni goffi che alzavano nuvole di sabbia. Aveva sentito il graffio negli occhi, il sale sulle labbra, il sangue che scappava da una nocca sbucciata.
Sandro allora lo aveva strattonato via, stringendolo per le spalle. — Basta, Carlo. È niente, è solo aria. — Ma lui piangeva di rabbia, non di dolore. Il soprannome gli era rimasto cucito addosso più della ferita.
— Io gli ho mollato due pugni, — disse adesso, con un mezzo sorriso amaro. — Convinto di spiegarglielo così.
Sandro non si voltò, fissava ancora l’isola. — Ti sei rotto la mano, — disse. — E papà ti ha fatto leggere Manzoni per una settimana.
La memoria scivolò precisa: il tavolo di casa, il padre seduto con il libro aperto, la voce ferma che scandiva i Promessi sposi. Lui con la fasciatura alla mano, costretto ad ascoltare. Non era stata la ferita a bruciare, ma la vergogna di quella lezione.
Carlo abbassò lo sguardo sull’acqua limpida. — A me è rimasto addosso il soprannome, non Manzoni.
Sandro si concesse un sorriso breve. — A me è rimasto il contrario: Manzoni sì, i soprannomi no.
Il gommone oscillò piano, come se custodisse anche quel ricordo. Carlo inspirò lentamente: il sale, la benzina, e il sapore vecchio di una parola che non aveva mai smesso di fargli male.

Amara

Grazia Trevisani

La carta si aprì senza un fruscio, come pelle ben tirata. Sandro la sollevò dall’estremità, un’unghia a incidere il nastro, e in tre gesti la bottiglia fu nuda sul tavolino. Il vetro brunito prese la luce delle vetrine della Galleria e la trattenne, come se si ricordasse di avere visto splendori migliori. Carlo guardò il riflesso e, per un istante, si vide dentro: un uomo con la cravatta sobria, il cappotto scuro, una postura che chiede permesso alla città.

— Questa non si chiama più così. — disse Sandro.

Non alzò la voce. La posò.

— “Amaro del Lazzaretto” è un nome che respira malattia. Non vende desiderio. Vende storia che non serve. Da oggi — fece una pausa breve, giusto il tempo di allineare il tappo al bordo del tavolo — si chiama Amaro Milano.

La parola restò tra loro come un cartello appena appeso. Attorno, la Galleria brulicava di dicembre: passi veloci su piastrelle lucidate, l’odore delle caldarroste che arrivava a folate dal lato della Rinascente, un coro di auguri ripetuti con la fretta dei commessi. Lorenza, un passo di lato, seguiva la bottiglia con lo sguardo, il cappotto aperto su un abito color perla.

— Milano. — disse piano. — È il centro.

Carlo avvicinò la mano alla bottiglia e la ritrasse. Gli pareva che scottasse.

— Perché proprio adesso? — chiese. — Perché qui?

Sandro si voltò appena, la testa inclinata come quando sta per chiudere un dossier.

— Perché adesso è Natale e la città ha gli occhi. Perché qui la luce fa il suo mestiere. E perché hai bisogno di un nome che ti preceda — e ti assolve. — prese dal sacchetto una busta piatta. — Mock-up.

Dentro c’era un’etichetta: carattere secco, senza riccioli, AMARO sopra, MILANO sotto, sottilissima una linea che imitava la sagoma del Duomo senza dichiararla. Colore: crema caldo con una tinta appena verdognola, un filo rosso spento intorno, da lontano un respiro di camiceria buona.

Lorenza la prese tra pollice e indice come un gioiello da provare contro la pelle.

— Sta in mano. — disse. — Non chiede scusa.

Carlo deglutì. Gli sembrò di sentire la parola Lazzaretto ancora in gola, come un retrogusto.

— “Milano” è troppo. — provò. — Non rischiamo arroganza?

— Arroganza è respirare ancora la peste. — Sandro non sorrideva. — Milano è la capitale della moda, della pubblicità, della voglia di sentirsi in cima. La gente beve quello che la fa sentire a posto nel posto giusto. Noi diamo loro il posto. — Toccò l’etichetta. — Il resto è lavoro tuo.

Carlo si sentì scalzare un’idea sotto i piedi, come quando un’onda corta sposta il gommone di mezzo metro. Nel riflesso della vetrina riconobbe il proprio viso con la piega tra le sopracciglia: quella che gli esce quando qualcosa lo entusiasma e lo spaventa insieme.

— Siediti. — disse Sandro.

Si sedettero in tre, tavolino tondo, sedie di ferro con la vernice lisciata dalle mani. Un cameriere con pettinatura brillante pose tre bicchieri bassi e una bottiglia d’acqua. Lorenza accennò che avrebbero ordinato dopo; in quel momento, nessuno dei tre aveva sete di altro.

— È definitivo? — chiese Carlo, senza ironia.

— È vero. — rispose Sandro.

Un attimo, poi aggiunse:

— E sarà definitivo quando lo dici tu. — guardò il fratello dritto, con la calma chirurgica che usava per spiegare i bilanci. — Ma tu lo dirai.

Carlo appoggiò due dita al vetro. Il freddo attraversò la pelle, spense il tremito. Provò a trovare un appiglio: la storia, l’eredità, il debito con chi aveva chiamato l’amaro come un quartiere. Gli uscirono parole più semplici.

— E se poi non ci crede nessuno?

— Ci crederanno perché lo dirai prima tu. — Sandro indicò la Galleria, la cupola con le luci, i passi che si confondevano. — Milano è un teatro. L’insegna dice al pubblico cosa sta per vedere. Tu accendi l’insegna.

Lorenza posò l’etichetta sulla bottiglia. Si incastrò come se fosse nata così. Lo guardò. — Funziona.

Carlo annuì piano. Nel petto si allargò lo spazio in cui entra il sì quando sa già di essere irrevocabile.

La carta si aprì senza un fruscio, come pelle ben tirata. Sandro la sollevò dall’estremità, un’unghia a incidere il nastro, e in tre gesti la bottiglia fu nuda sul tavolino. Il vetro brunito prese la luce delle vetrine della Galleria e la trattenne, come se si ricordasse di avere visto splendori migliori. Carlo guardò il riflesso e, per un istante, si vide dentro: un uomo con la cravatta sobria, il cappotto scuro, una postura che chiede permesso alla città.

— Questa non si chiama più così. — disse Sandro.

Non alzò la voce. La posò.

— “Amaro del Lazzaretto” è un nome che respira malattia. Non vende desiderio. Vende storia che non serve. Da oggi — fece una pausa breve, giusto il tempo di allineare il tappo al bordo del tavolo — si chiama Amaro Milano.

La parola restò tra loro come un cartello appena appeso. Attorno, la Galleria brulicava di dicembre: passi veloci su piastrelle lucidate, l’odore delle caldarroste che arrivava a folate dal lato della Rinascente, un coro di auguri ripetuti con la fretta dei commessi. Lorenza, un passo di lato, seguiva la bottiglia con lo sguardo, il cappotto aperto su un abito color perla.

— Milano. — disse piano. — È il centro.

Carlo avvicinò la mano alla bottiglia e la ritrasse. Gli pareva che scottasse.

— Perché proprio adesso? — chiese. — Perché qui?

Sandro si voltò appena, la testa inclinata come quando sta per chiudere un dossier.

— Perché adesso è Natale e la città ha gli occhi. Perché qui la luce fa il suo mestiere. E perché hai bisogno di un nome che ti preceda — e ti assolve. — prese dal sacchetto una busta piatta. — Mock-up.

Dentro c’era un’etichetta: carattere secco, senza riccioli, AMARO sopra, MILANO sotto, sottilissima una linea che imitava la sagoma del Duomo senza dichiararla. Colore: crema caldo con una tinta appena verdognola, un filo rosso spento intorno, da lontano un respiro di camiceria buona.

Lorenza la prese tra pollice e indice come un gioiello da provare contro la pelle.

— Sta in mano. — disse. — Non chiede scusa.

Carlo deglutì. Gli sembrò di sentire la parola Lazzaretto ancora in gola, come un retrogusto.

— “Milano” è troppo. — provò. — Non rischiamo arroganza?

— Arroganza è respirare ancora la peste. — Sandro non sorrideva. — Milano è la capitale della moda, della pubblicità, della voglia di sentirsi in cima. La gente beve quello che la fa sentire a posto nel posto giusto. Noi diamo loro il posto. — Toccò l’etichetta. — Il resto è lavoro tuo.

Carlo si sentì scalzare un’idea sotto i piedi, come quando un’onda corta sposta il gommone di mezzo metro. Nel riflesso della vetrina riconobbe il proprio viso con la piega tra le sopracciglia: quella che gli esce quando qualcosa lo entusiasma e lo spaventa insieme.

— Siediti. — disse Sandro.

Si sedettero in tre, tavolino tondo, sedie di ferro con la vernice lisciata dalle mani. Un cameriere con pettinatura brillante pose tre bicchieri bassi e una bottiglia d’acqua. Lorenza accennò che avrebbero ordinato dopo; in quel momento, nessuno dei tre aveva sete di altro.

— È definitivo? — chiese Carlo, senza ironia.

— È vero. — rispose Sandro.

Un attimo, poi aggiunse:

— E sarà definitivo quando lo dici tu. — guardò il fratello dritto, con la calma chirurgica che usava per spiegare i bilanci. — Ma tu lo dirai.

Carlo appoggiò due dita al vetro. Il freddo attraversò la pelle, spense il tremito. Provò a trovare un appiglio: la storia, l’eredità, il debito con chi aveva chiamato l’amaro come un quartiere. Gli uscirono parole più semplici.

— E se poi non ci crede nessuno?

— Ci crederanno perché lo dirai prima tu. — Sandro indicò la Galleria, la cupola con le luci, i passi che si confondevano. — Milano è un teatro. L’insegna dice al pubblico cosa sta per vedere. Tu accendi l’insegna.

Lorenza posò l’etichetta sulla bottiglia. Si incastrò come se fosse nata così. Lo guardò. — Funziona.

Carlo annuì piano. Nel petto si allargò lo spazio in cui entra il sì quando sa già di essere irrevocabile.

La carta si aprì senza un fruscio, come pelle ben tirata. Sandro la sollevò dall’estremità, un’unghia a incidere il nastro, e in tre gesti la bottiglia fu nuda sul tavolino. Il vetro brunito prese la luce delle vetrine della Galleria e la trattenne, come se si ricordasse di avere visto splendori migliori. Carlo guardò il riflesso e, per un istante, si vide dentro: un uomo con la cravatta sobria, il cappotto scuro, una postura che chiede permesso alla città.

— Questa non si chiama più così. — disse Sandro.

Non alzò la voce. La posò.

— “Amaro del Lazzaretto” è un nome che respira malattia. Non vende desiderio. Vende storia che non serve. Da oggi — fece una pausa breve, giusto il tempo di allineare il tappo al bordo del tavolo — si chiama Amaro Milano.

La parola restò tra loro come un cartello appena appeso. Attorno, la Galleria brulicava di dicembre: passi veloci su piastrelle lucidate, l’odore delle caldarroste che arrivava a folate dal lato della Rinascente, un coro di auguri ripetuti con la fretta dei commessi. Lorenza, un passo di lato, seguiva la bottiglia con lo sguardo, il cappotto aperto su un abito color perla.

— Milano. — disse piano. — È il centro.

Carlo avvicinò la mano alla bottiglia e la ritrasse. Gli pareva che scottasse.

— Perché proprio adesso? — chiese. — Perché qui?

Sandro si voltò appena, la testa inclinata come quando sta per chiudere un dossier.

— Perché adesso è Natale e la città ha gli occhi. Perché qui la luce fa il suo mestiere. E perché hai bisogno di un nome che ti preceda — e ti assolve. — prese dal sacchetto una busta piatta. — Mock-up.

Dentro c’era un’etichetta: carattere secco, senza riccioli, AMARO sopra, MILANO sotto, sottilissima una linea che imitava la sagoma del Duomo senza dichiararla. Colore: crema caldo con una tinta appena verdognola, un filo rosso spento intorno, da lontano un respiro di camiceria buona.

Lorenza la prese tra pollice e indice come un gioiello da provare contro la pelle.

— Sta in mano. — disse. — Non chiede scusa.

Carlo deglutì. Gli sembrò di sentire la parola Lazzaretto ancora in gola, come un retrogusto.

— “Milano” è troppo. — provò. — Non rischiamo arroganza?

— Arroganza è respirare ancora la peste. — Sandro non sorrideva. — Milano è la capitale della moda, della pubblicità, della voglia di sentirsi in cima. La gente beve quello che la fa sentire a posto nel posto giusto. Noi diamo loro il posto. — Toccò l’etichetta. — Il resto è lavoro tuo.

Carlo si sentì scalzare un’idea sotto i piedi, come quando un’onda corta sposta il gommone di mezzo metro. Nel riflesso della vetrina riconobbe il proprio viso con la piega tra le sopracciglia: quella che gli esce quando qualcosa lo entusiasma e lo spaventa insieme.

— Siediti. — disse Sandro.

Si sedettero in tre, tavolino tondo, sedie di ferro con la vernice lisciata dalle mani. Un cameriere con pettinatura brillante pose tre bicchieri bassi e una bottiglia d’acqua. Lorenza accennò che avrebbero ordinato dopo; in quel momento, nessuno dei tre aveva sete di altro.

— È definitivo? — chiese Carlo, senza ironia.

— È vero. — rispose Sandro.

Un attimo, poi aggiunse:

— E sarà definitivo quando lo dici tu. — guardò il fratello dritto, con la calma chirurgica che usava per spiegare i bilanci. — Ma tu lo dirai.

Carlo appoggiò due dita al vetro. Il freddo attraversò la pelle, spense il tremito. Provò a trovare un appiglio: la storia, l’eredità, il debito con chi aveva chiamato l’amaro come un quartiere. Gli uscirono parole più semplici.

— E se poi non ci crede nessuno?

— Ci crederanno perché lo dirai prima tu. — Sandro indicò la Galleria, la cupola con le luci, i passi che si confondevano. — Milano è un teatro. L’insegna dice al pubblico cosa sta per vedere. Tu accendi l’insegna.

Lorenza posò l’etichetta sulla bottiglia. Si incastrò come se fosse nata così. Lo guardò. — Funziona.

Carlo annuì piano. Nel petto si allargò lo spazio in cui entra il sì quando sa già di essere irrevocabile.

La carta si aprì senza un fruscio, come pelle ben tirata. Sandro la sollevò dall’estremità, un’unghia a incidere il nastro, e in tre gesti la bottiglia fu nuda sul tavolino. Il vetro brunito prese la luce delle vetrine della Galleria e la trattenne, come se si ricordasse di avere visto splendori migliori. Carlo guardò il riflesso e, per un istante, si vide dentro: un uomo con la cravatta sobria, il cappotto scuro, una postura che chiede permesso alla città.

— Questa non si chiama più così. — disse Sandro.

Non alzò la voce. La posò.

— “Amaro del Lazzaretto” è un nome che respira malattia. Non vende desiderio. Vende storia che non serve. Da oggi — fece una pausa breve, giusto il tempo di allineare il tappo al bordo del tavolo — si chiama Amaro Milano.

La parola restò tra loro come un cartello appena appeso. Attorno, la Galleria brulicava di dicembre: passi veloci su piastrelle lucidate, l’odore delle caldarroste che arrivava a folate dal lato della Rinascente, un coro di auguri ripetuti con la fretta dei commessi. Lorenza, un passo di lato, seguiva la bottiglia con lo sguardo, il cappotto aperto su un abito color perla.

— Milano. — disse piano. — È il centro.

Carlo avvicinò la mano alla bottiglia e la ritrasse. Gli pareva che scottasse.

— Perché proprio adesso? — chiese. — Perché qui?

Sandro si voltò appena, la testa inclinata come quando sta per chiudere un dossier.

— Perché adesso è Natale e la città ha gli occhi. Perché qui la luce fa il suo mestiere. E perché hai bisogno di un nome che ti preceda — e ti assolve. — prese dal sacchetto una busta piatta. — Mock-up.

Dentro c’era un’etichetta: carattere secco, senza riccioli, AMARO sopra, MILANO sotto, sottilissima una linea che imitava la sagoma del Duomo senza dichiararla. Colore: crema caldo con una tinta appena verdognola, un filo rosso spento intorno, da lontano un respiro di camiceria buona.

Lorenza la prese tra pollice e indice come un gioiello da provare contro la pelle.

— Sta in mano. — disse. — Non chiede scusa.

Carlo deglutì. Gli sembrò di sentire la parola Lazzaretto ancora in gola, come un retrogusto.

— “Milano” è troppo. — provò. — Non rischiamo arroganza?

— Arroganza è respirare ancora la peste. — Sandro non sorrideva. — Milano è la capitale della moda, della pubblicità, della voglia di sentirsi in cima. La gente beve quello che la fa sentire a posto nel posto giusto. Noi diamo loro il posto. — Toccò l’etichetta. — Il resto è lavoro tuo.

Carlo si sentì scalzare un’idea sotto i piedi, come quando un’onda corta sposta il gommone di mezzo metro. Nel riflesso della vetrina riconobbe il proprio viso con la piega tra le sopracciglia: quella che gli esce quando qualcosa lo entusiasma e lo spaventa insieme.

— Siediti. — disse Sandro.

Si sedettero in tre, tavolino tondo, sedie di ferro con la vernice lisciata dalle mani. Un cameriere con pettinatura brillante pose tre bicchieri bassi e una bottiglia d’acqua. Lorenza accennò che avrebbero ordinato dopo; in quel momento, nessuno dei tre aveva sete di altro.

— È definitivo? — chiese Carlo, senza ironia.

— È vero. — rispose Sandro.

Un attimo, poi aggiunse:

— E sarà definitivo quando lo dici tu. — guardò il fratello dritto, con la calma chirurgica che usava per spiegare i bilanci. — Ma tu lo dirai.

Carlo appoggiò due dita al vetro. Il freddo attraversò la pelle, spense il tremito. Provò a trovare un appiglio: la storia, l’eredità, il debito con chi aveva chiamato l’amaro come un quartiere. Gli uscirono parole più semplici.

— E se poi non ci crede nessuno?

— Ci crederanno perché lo dirai prima tu. — Sandro indicò la Galleria, la cupola con le luci, i passi che si confondevano. — Milano è un teatro. L’insegna dice al pubblico cosa sta per vedere. Tu accendi l’insegna.

Lorenza posò l’etichetta sulla bottiglia. Si incastrò come se fosse nata così. Lo guardò. — Funziona.

Carlo annuì piano. Nel petto si allargò lo spazio in cui entra il sì quando sa già di essere irrevocabile.

Blu San Lazzaro

Alessandro Gorza

Carlo si chinò a guardare l’acqua, come se cercasse lì dentro una frase che non arrivava. Poi scosse la testa, sorridendo senza gioia.
— Ti ricordi quando in spiaggia mi chiamarono “polentone”? — disse piano. — “Mangianebbia”.
Gli tornò addosso l’odore della sabbia bollente, gli schiamazzi dei ragazzini di Belvedere. Uno, figlio di pescatori, aveva preso gusto a ripetere quella parola imparata dai grandi. Polentone. Carlo, otto anni, non ci aveva pensato un secondo: gli era saltato addosso, pugni goffi che alzavano nuvole di sabbia. Aveva sentito il graffio negli occhi, il sale sulle labbra, il sangue che scappava da una nocca sbucciata.
Sandro allora lo aveva strattonato via, stringendolo per le spalle. — Basta, Carlo. È niente, è solo aria. — Ma lui piangeva di rabbia, non di dolore. Il soprannome gli era rimasto cucito addosso più della ferita.
— Io gli ho mollato due pugni, — disse adesso, con un mezzo sorriso amaro. — Convinto di spiegarglielo così.
Sandro non si voltò, fissava ancora l’isola. — Ti sei rotto la mano, — disse. — E papà ti ha fatto leggere Manzoni per una settimana.
La memoria scivolò precisa: il tavolo di casa, il padre seduto con il libro aperto, la voce ferma che scandiva i Promessi sposi. Lui con la fasciatura alla mano, costretto ad ascoltare. Non era stata la ferita a bruciare, ma la vergogna di quella lezione.
Carlo abbassò lo sguardo sull’acqua limpida. — A me è rimasto addosso il soprannome, non Manzoni.
Sandro si concesse un sorriso breve. — A me è rimasto il contrario: Manzoni sì, i soprannomi no.
Il gommone oscillò piano, come se custodisse anche quel ricordo. Carlo inspirò lentamente: il sale, la benzina, e il sapore vecchio di una parola che non aveva mai smesso di fargli male.