Blu San Lazzaro
Alessandro Gorza
Carlo si chinò a guardare l’acqua, come se cercasse lì dentro una frase che non arrivava. Poi scosse la testa, sorridendo senza gioia.
— Ti ricordi quando in spiaggia mi chiamarono “polentone”? — disse piano. — “Mangianebbia”.
Gli tornò addosso l’odore della sabbia bollente, gli schiamazzi dei ragazzini di Belvedere. Uno, figlio di pescatori, aveva preso gusto a ripetere quella parola imparata dai grandi. Polentone. Carlo, otto anni, non ci aveva pensato un secondo: gli era saltato addosso, pugni goffi che alzavano nuvole di sabbia. Aveva sentito il graffio negli occhi, il sale sulle labbra, il sangue che scappava da una nocca sbucciata.
Sandro allora lo aveva strattonato via, stringendolo per le spalle. — Basta, Carlo. È niente, è solo aria. — Ma lui piangeva di rabbia, non di dolore. Il soprannome gli era rimasto cucito addosso più della ferita.
— Io gli ho mollato due pugni, — disse adesso, con un mezzo sorriso amaro. — Convinto di spiegarglielo così.
Sandro non si voltò, fissava ancora l’isola. — Ti sei rotto la mano, — disse. — E papà ti ha fatto leggere Manzoni per una settimana.
La memoria scivolò precisa: il tavolo di casa, il padre seduto con il libro aperto, la voce ferma che scandiva i Promessi sposi. Lui con la fasciatura alla mano, costretto ad ascoltare. Non era stata la ferita a bruciare, ma la vergogna di quella lezione.
Carlo abbassò lo sguardo sull’acqua limpida. — A me è rimasto addosso il soprannome, non Manzoni.
Sandro si concesse un sorriso breve. — A me è rimasto il contrario: Manzoni sì, i soprannomi no.
Il gommone oscillò piano, come se custodisse anche quel ricordo. Carlo inspirò lentamente: il sale, la benzina, e il sapore vecchio di una parola che non aveva mai smesso di fargli male.